La verità del gioco

Giorni fa ho fatto due tiri all’ultima passione di mio figlio, la pallacanestro, in cuor mio sorrido ancora a pensare alla mia avventatezza, nel giocare con Cesar quella partitina. La coscienza sorride divertita, il fisico è invece pentito amaramente, l’ernia non perdona facilmente tanta felicità. Il risultato è che zoppico vistosamente mentre porto avanti gli impegni di lavoro che, data la posizione, sembrano schiaccianti.
Eppure quell’unica partita è bastata per dissipare i molteplici impegni lavorativi. Il gioco e il volto di mio figlio hanno magicamente staccato quella spina, che sembrava incollata alla presa. Per un attimo, le risate di Cesar mi hanno contagiato e, ora, fanno sì che il mio zoppicare come appesantito, sia in realtà una nuova leggerezza interiore.
La morale di questa partita, che riserbo per me, ma condivido con voi è: Non sei il tuo lavoro.
Purtroppo sono un appassionato di morale. In un periodo dove i valori sono sfaldati dal nichilismo dell’etere, parlare di morale è sicuramente anacrontistico ma, per lo meno, distensivo. Nel freddo vuoto del cinismo si cerca inversamente, quanto spasmodicamente, un possibile pieno.
È difficile astrarsi dalla propria parte, dai propri ruoli, ma alla fine restiamo noi e il nostro ruolo cade come una maschera. Il gioco è fondamentale, esci da una parte, ti astrai per poi tornare più puro, sorridente come un bambino. Il gioco funge da catarsi. Non sono soltanto l’architetto, che corre da un appuntamento all’altro, per un po’ sono stato Jordan sotto canestro con mio figlio. Ora zoppico, sorridendo, verso il prossimo appuntamento.
Buon martedì!

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