AGRICOLTURA O ARCHITETTURA?

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Già agli albori della coltivazione i primi agricoltori, forgiati da decenni di esperienza, constatarono che la fertilità di un terreno diminuiva proporzionalmente al numero di raccolti uguali che il medesimo terreno aveva ospitato. Ne dedussero la necessità di provare a cambiare tipo di raccolto e lasciar periodicamente riposare la terra. La cosa funzionò e nacque quella che divenne la più produttiva delle tecniche agricole: la rotazione triennale delle colture. Certo non si può dire che gli edifici siano prodotti della natura, ma il parallelismo può rappresentare un ottimo punto di riflessione, anche se in apparenza paradossale per l’architettonico fare, soprattutto considerando quanti scempi urbani caratterizzano il nostro presente. Il fatiscente è ovunque, soprattutto per un occhio quotidianamente addestrato alla bellezza, all’armonia degli spazi, al comfort abitativo. La “tecnica della rotazione” con le dovute precauzioni, estensioni temporali, normate deroghe ed eccezioni, sarebbe sicuramente valida per gli incancreniti sistemi urbani. Il nostro terreno non può più sostenere gli interi comparti urbani decadenti, disagiati, malagevoli ed “energivori” costruiti negli anni di boom edilizio (la maggior parte antecedenti il ’76). Da molto tempo avremmo dovuto smettere di costruire freneticamente. Dobbiamo assolutamente rivalutare la ri-costruzione e la riqualificazione. Ciò significa dar valore alla nuova vita “per” e “nella” città, creando presupposti idonei ad una razionalizzazione urbana efficace, rispettosa ed etica. Superiore qualità architettonica e sostenibilità ambientale dovrebbero essere i primi pilastri da ricostruire nell’edificio abbattuto. Mi piace anche pensare che l’olio di questo ingranaggio possa essere una normativa più generosa nel conferimento dei premi di cubatura, remunerando maggiormente le operazioni  di riprogettazione in classe energetica A+. Facile immaginare che nel clima d’incertezza politica, delineatosi negli ultimi giorni, ci sia grande timore e demoralizzazione. Forse basterebbe procedere a piccoli passi, affiliandosi ad un discorso comunitario: il “distruggere per ricostruire” potrebbe anche immolarsi ad ottimo veicolo per rimettere in moto economia ed occupazione, senza minimamente disattendere il miglioramento del nostro patrimonio edilizio (sempre primo, da anni, a pagare le conseguenze di reiterati stalli economici).

Rinnoviamo le nostre “colture urbane”!!!

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